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Avvolto in un sacco dell’immondizia: così dorme un uomo. Il racconto di Amanda

Ogni mattina Amanda si alza e corre. Amanda corre, respira, osserva e spesso racconta quanto la città dormiente (e forse anche quella desta) non vede, non può o non sa vedere.

Gli occhi di Amanda si spostano tra lago e strada. Solo poco tempo abbiamo riportato questa sua storia:

Il migrante che pulisce giardini e Monumento ai Caduti. “E’ la bellezza umana”

Amanda Cooney è nome ben noto in redazione, lettrice affezionata, commentatrice dotata di raro e prezioso garbo nella giungla feroce del Social.

Poche ore fa una nuova testimonianza. Qualcosa che cade, a caso ma non a caso, nei giorni di un dibattito spesso barbaro dove l’essere umano viene allontanato, dimenticato, sfocato, in nome di urla e tastiere. I pensieri di Amanda a tratti sono molto duri, qualcuno potrà obiettare. Noi amiamo ogni punto di vista, purché arginato da pensiero, buon senso e intelligenza: redazionecomozero@gmail.com

Ecco il racconto:

Ieri mattina, dopo una corsa fino all’Hotel Villa Flori (sì, lo so è poco ma ero stanca), mi sono fermata al mio solito posto, accanto al Monumento ai Caduti per fare yoga. In realtà è stata soltanto una scusa per interrompere una corsa a volte ardua e prendermi un respiro. Sdraiato, nel punto esatto dove di solito mi metto, c’era un uomo completamente avvolto in una coperta e un sacco dell’immondizia.

Il sacco dell’immondizia mi sembra molto azzeccato come scelta in una città dove gli esseri umani come lui sono visti come una cosa da buttare via. Da far sparire. Anzi, danno più fastidio dell’immondizia vera che che sporca le strade quotidianamente.

Per rispetto non faccio yoga lì. Mi metto più vicino alla riva. Bellissima vista. Sempre una bellissima vista. La natura a Como è è bella da svenire ogni volta. E io amo Como per il suo lago e la sua natura. Quando ho finito, guardo di nuovo l’uomo, mi rendo conto che non si muove. Per niente. La mia fermente immaginazione inizia a lavorare.

Vedo la coperta e mi viene in mente quel ragazzo, forse somalo, che cammina per le strade comasche avvolto nella sua coperta come un bambino avvolto nell’abbraccio di una madre. Lui non parla mai con nessuno. È completamente chiuso in se stesso, evidentemente traumatizzato.

È sparito di più di un mese. Nessuno sa dove si trova – potrebbe essere oltre il confine, da qualche altra parte di questo Bel Paese o in fondo al lago. Non si sa.
Continuo la mia corsa e vedo un’auto dei carabinieri. Sono combattuta. Dico qualcosa o no?
Li approccio.
‘Scusate, c’è un ragazzo avvolto in una coperta ed un sacco di immondizia là’.
Mi guardano. Increduli.
‘Dove?’
“Là, vicino al Monumento ai…ai…”, indico. Quando mi sento poco a mio agio, inciampo col mio italiano. Le parole non si formano. Mi sento agitata. Mi prende un crescente senso di panico misto a inutilità.
“È solo che sono preoccupata per lui. Non si muove per niente”.
Mi guardano in silenzio con un sguardo impassibile e con un po’ di rassegnazione.
“Dopo controlliamo”.
Proseguo la mia corsa. Turbata. Non so se ho fatto la cosa giusta. Always trying to do the right fecking thing. E non so mai veramente cos’è”.

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