Attualità

Cina e cena: amici, festa, bambini. Così via Milano (da Oishii) batte la psicosi Coronavirus

Sushi, spaghetti di soia, cucina fusion e porte aperte a tutti, questa è la cura messa in campo, ieri sera, dai titolari del ristorante Oishii di via Milano per combattere qualcosa di più pericoloso del Coronavirus: la paura irrazionale che, anche a Como, sta spingendo molte persone a evitare i locali cinesi.

 

“Abbiamo rilevato questo ristorante circa un anno fa e gli affari sono sempre andati bene – racconta il titolare Angelo Hu, che con la moglie Lisa gestisce anche un piccolo supermercato in via Cadorna – ma da tre settimane circa, da quando è scoppiata l’emergenza Coronavirus, i clienti sono calati quasi dell’80%. Ieri sera avevamo occupati solo due tavoli, non era mai successo prima”.

Jimmy e Angelo Hu

Una psicosi totale e del tutto immotivata che sta mettendo in crisi i locali cinesi di tutta Italia. “Non capisco di cosa abbiano paura le persone – spiega – viviamo in Italia da quasi 30 anni, i nostri figli vanno a scuola qui e l’ultima volta che siamo stati in Cina è stato tre anni fa. Non si corre nessun pericolo a mangiare nel nostro ristorante e in tutti gli altri locali gestiti da cinesi”.

E così ecco l’idea: nessuna chiusura forzata, nessuna protesta ma un buffet offerto a chiunque avesse voglia di andare contro pregiudizi e facili timori: “L’idea ci è venuta parlando con un nostro amico, il regista comasco Paolo Lipari – racconta Angelo – volevamo trovare un modo per spiegare che non c’è nulla da temere nell’andare a mangiare in un ristorante cinese, in questo ma anche in tutti gli altri. Le norme igieniche sono le stesse di tutti i ristoranti e anche il cibo fresco, se mai ci fosse una paura (priva di qualsivoglia fondamento scientifico, Ndr) di questo tipo viene ovviamente acquistato in Italia”.

Ma la psicosi da Coronavirus sembra colpire non solo i ristoranti, come racconta Jimmy Hu che, proprio lì di fronte, gestisce un negozio di riparazioni di cellulari: “Anche da noi, nelle ultime settimane, il lavoro è diminuito di quasi il 50%. E pensare che l’ultima volta che sono stato in Cina è stato più di otto anni fa”, spiega sorridendo scoraggiato.

Jimmy e Angelo Hu con Marco Zhau

Un timore, quello del contagio, che stranamente sembra non colpire locali storici ora gestiti da cinesi, come se l’aver mantenuto la rassicurante insegna familiare li mettesse al riparo dai pregiudizi: “I nostri clienti non sono diminuiti – spiega Marco Zhau, titolare del bar-tabaccheria Rezzonico di via Garibaldi – ma so che per altri è un momento molto difficile. Credo che si tratti di un problema strettamente culturale: la gente è bombardata da notizie sul virus e non ragiona sui numeri e sulla portata dell’epidemia in una nazione enorme come la Cina. Non mi pare che ci sia stata la stessa risonanza per epidemie scoppiate in altre parti del mondo mentre ora il televisore che abbiamo nel nostro bar trasmette ogni minuto aggiornamenti sul contagio. E il rischio è che diventi la scusa per atteggiamenti di intolleranza o razzismo gratuito”.

C’è addirittura chi ci chiede se non abbiamo paura a frequentare i corsi di cinese – raccontano tra lo sbalordito e il divertito alcuni ragazzi dell’associazione Tigre Bianca, gli studenti dell’Università dell’Insubria che nei giorni scorsi hanno promosso un corteo di solidarietà alla comunità cinese – per ora il rischio più grosso che corriamo è che venga cancellato un viaggio di studio in Cina in primavera”.

A questo proposito vale la pena ricordare, tra le tante, le parole del presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro che, in un video pubblicato dal portale di epidemiologia Epicentro, fa il punto sul Coronavirus: “La comunità cinese che vive in Italia è una comunità che, appunto, risiede in Italia, mentre le persone a rischio sono quelle che sono state nelle zone interessate della Cina negli ultimi 15 giorni”. Inoltre, “attualmente non abbiamo evidenze che il coronavirus si trasmetta attraverso il cibo o per via alimentare o anche da oggetti inanimati come giocattoli, vestiari o altri tipologia di materiale”.

Commenta

la tua mail non sarà pubblicata