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Como e il turismo di massa. De Santis: “L’ossessione dei numeri? Rischiamo omologazione e perdita d’identità”

Ogni volta che un riflettore si accende su Como e il suo lago, un moto di orgoglio pervade anche il più caustico dei comaschi. Che siano il party di D&G, le riprese dall’alto del Giro d’Italia, Clooney e Obama in gita o le code per i battelli e i parcheggi che non bastano mai, Como non è mai stata tanto sotto i riflettori (al limite della sovraesposizione). E tutto appare quasi come la misura del successo.

Dal suo osservatorio privilegiato (è imprenditore di successo con alberghi come lo Sheraton e il Grand Hotel di Tremezzo oltre che ex presidente della Camera di Commercio di Como e, oggi, presidente del “pensatoio” Officina Como) Paolo De Santis, la pensa un po’ diversamente.

Cosa pensa del boom turistico che Como sta vivendo negli ultimi anni?

È un momento felice, dobbiamo esserne contenti. Però bisogna ragionarci sopra in maniera seria.

Cosa intende?

Senza voler fare un discorso strutturato, mi permetto di suggerire di non seguire ossessivamente i numeri perché la chiave del successo non sta solo in quello.

Cosa bisognerebbe fare?

Dopo la de-industrializzazione della convalle, è emerso il grande potenziale turistico di Como ma il turismo da solo non risolve i problemi della città. Su questo bisogna ci sia consapevolezza.

Il turismo non è quindi la panacea che molti immaginano.

Direi di no. Lo sviluppo che stiamo vivendo ha degli ovvi limiti territoriali: quelle che beneficiano in maniera concreta di questo sviluppo sono essenzialmente la zona vicina al lago e la città murata.

Troppo poco?

Non bisogna dimenticare che uno dei grandi problemi di Como è la perdita dei giovani che vanno a lavorare e vivere altrove. E in questo contesto il turismo da solo non è in grado di attrarre talenti dal resto del mondo per ridare alla città l’energia che le serve. Infine c’è il problema dell’equilibrio tra turisti e comaschi.

Una convivenza difficile?

Potrebbe diventarlo, si tratta di mantenere un corretto equilibrio tra le esigenze di chi sta a Como poche ore, o pochi giorni , e chi ci vive e lavora tutto l’anno. Il rischio è quello di trasformare la città secondo i gusti omologati dei turisti perdendone l’identità. E anche la vita del centro è destinata a cambiare se gli alloggi vengono lasciati dai residenti per essere trasformati in case vacanza.

Orizzonte preoccupante?

Sono segnali importanti di un cambiamento su cui occorre ragionare senza drammatizzare. Siamo ancora in tempo per pensare alla direzione che vogliamo prendere. L’importante, lo ripeto, è non innamorarsi dei numeri perché spesso confondono le idee e possono diventare pericolosi.

PER APPROFONDIRE
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  1. Alfonso

    Sono d’accordssimo col Dr. De Santis: alcuni dei suoi concetti lì esprimevo già anni fa, vuoi per le difficoltà che ormai da anni vivono i residenti, sono di Menaggio, parcheggi che cronicamente mancano in paese, difficoltà notevoli nella viabilità quando, soprattutto in certi orari, bisogna raggiungere Como od oltre. È un po’ una voce “fuori dal coro” ma autorevole e so per certo che anche un amministratore autorevoledella mia zona si sta muovendo almeno sul cercare di capire fino a che punto è possibile aumentare le numeri…

  2. Paolo Frisoni

    Il Dr. De Santis ha introdotto un argomento molto serio: l’omologazione della città sulla base del turismo di “massa”. E’ un tema che interessa direttamente ed indirettamente tutti noi residenti e tutte le persone che svolgono la loro attività in Como. Il tema richiede grande attenzione e non deve assolutamente essere sottovalutato, in prospettiva dello sviluppo e della vivibilità della nostra città.

  3. Ok d’accordo la massa non porta ne benessere ne sicurezze x un futuro di Como!!!!io sinceramente punterei su qualità eventi e servizi al Top cosa che a oggi la città di Como non sa nemmeno dove siano!!!!!

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