Attualità

Il cuore e la latrina: un cappello, una vecchia giacca, per una notte sono stato un senzatetto

Nella bussola degli affamati, a Como, l’ago punta sempre verso la mensa per poveri di via Tommaso Grossi. Martedì sera, poco prima dell’apertura, il piccolo spiazzo davanti al refettorio è pieno zeppo.

Clochard reggono zaini con coperte per la notte che cala sempre più svelta e bagnata ultimamente. Migranti africani arrivano in bicicletta, con le cuffie bianche nelle orecchie. Badanti dell’Est strette in trittici parlano un russo fittissimo. Uomini del Nord Africa si danno la mano con solenni “Salam aleikum”. Anziani italiani, con il vestito liso ma stirato, le scarpe lucide e il cappello, si salutano tra di loro e poi tacciono.Il viaggio nella geografia della povertà di Como (ho indossato i panni di un senza fissa dimora appena arrivato in città), comincia proprio qui, dove la Onlus “Incroci” serve pasti dalle 19 alle 20, tutte le sere da vent’anni. Ed è la signora Maria, capelli canuti e un cardigan azzurro, che mi allunga il biglietto, un pezzo di carta bianco con un “312” a penna che mi farà mangiare questa sera.

Vengono però prima quelli registrati attraverso “Porta Aperta”, accolti da una giovane ragazza riccia che saluta tutti per nome. All’entrata un volontario ha un elenco. Sbircio.170 persone davanti a me. “Non ti preoccupare – mi rassicura, anticipando la paura dell’affamato – c’è cibo per tutti. C’è solo da aspettare”.

Mi appoggio a una ringhiera con il mio sacco a pelo che gonfia un sacchetto della spesa. Di fianco, a terra, Gabriele presta orgoglioso il suo Zippo a chi è rimasto a sigaretta spenta. Nella tasca della felpa, un cartone di vino preme contro il tessuto.

“Sono a Como da mesi. Da quando la tipa mi ha mollato e sono rimasto senza casa” mi spiega l’uomo, dall’età indecifrabile, che come tanti dei clochard di Como è finito in strada improvvisamente. Per Gabriele Como ha tantissime risorse per i senza fissa dimora. Ma dormire all’addiaccio è pericoloso e lui stesso si corica sotto l’occhio di qualche telecamera a circuito chiuso: “Così la gente non ti viene a rompere i coglioni per derubarti di notte”.

La numerazione per la cena balza da 170 a 300. È il nostro turno ma non ho la minima idea di cosa fare per prendere il vassoio blu che hanno tutti, le posate, una tazza per l’acqua. Le volontarie in cucina pensano a tutto e mentre abbozzo un “scusate, è la prima volta”, loro con affetto materno mi riempiono il piatto.

Siedo con alcuni ragazzi africani che chiacchierano in francese, sotto lo sguardo benevolo di Don Luigi Guanella. Davanti ho una zuppa, polpette di manzo, un misto di fagioli e mais, insalata, uno yogurt, due panini. Attorno, i volontari ritirano i piatti vuoti ed elargiscono pane. “Un altro per domani mattina?”, mi chiede Maria. Rifiuto, ci ripenso, accetto, mentre gli italiani si gustano voracemente una porzione di Cassœula con le verze. Un cibo povero oggi è un raro boccone da re.

Si vuotano i piatti in fretta. Si consegna il vassoio. Prima di andare si raccoglie un bicchierino di caffè servito da una ragazza con delle ciocche di capelli verdi. “Quanto zucchero?” mi chiede.

Reggo il caffè e la gentilezza generale mi disarma. “Sai dove posso dormire stanotte?” chiedo. Lei scompare in cucina e riappare con un pieghevole con gli orari del dormitorio di via Napoleona, docce, punti di distribuzione vestiti e mense. Ma, dice dispiaciuta, è troppo tardi per accedere a qualsiasi struttura. Stasera il portico dell’ex Chiesa di San Francesco sarà casa.

Scatoloni di cartone ondulato e un sacco a pelo primaverile. Insieme ai miei vestiti, è quanto ho per la notte. Mi sistemo poco dopo le 21 e vengo immediatamente ripreso da un ragazzo di colore che intima: “Altre due persone”. Non capisco, mi sposto ma non basta. “Altre due persone!”, ripete con disappunto. Poi realizzo: a San Francesco, i clochard più anziani hanno i posti migliori. Io sono l’ultimo arrivato.

“Se ci stringiamo ci stiamo tutti” prova a mediare un italiano, seduto non lontano, sigaretta e una lattina di birra. É Pietro. 59 anni, decenni passati come bidello in Svizzera, l’uomo è da due settimane sotto al Portico. “Stefano – chiama in direzione di un piumino bianco sotto al quale si intravede il bagliore di un telefono – che posti ci sono liberi?”. L’amico, che andrà per i 40, un passato da operaio, educatore, poi finito per strada due mesi fa, ci indica un posto, il più esterno, il più esposto. Il mio.

“Non puoi dormire solo con quei cartoni però” mi dice Pietro che, folgorato da un’idea, mi trascina in via Sirtori, a passo svelto, dove dalla porta della sede di Como Accoglie esce una debole luce. “È ancora aperto – esclama – seguimi”.

Non sono registrato a Porta Aperta ma una coppia di anziani volontari impiega solo pochi minuti per prendere il mio nome, preparare un tè caldo e chiedere a una collega di riempire una busta di coperte. “Pietro, prenditi cura di lui – chiede, con dolcezza, la volontaria quando consegna il sacco, rivolgendosi poi a me – per qualsiasi cosa noi siamo qui, anche per scambiare qualche parola”.

Il mio cammino nella notte comasca è lastricato della bontà degli altri, dei volontari, degli altri senzatetto, di Pietro che, una volta tornato a San Francesco, mi spiega di stare sul lato sinistro del portico (“Meglio lontano dai Pakistani. Quelli fumano tutta la notte e si tirano le legnate”), di mettermi portafoglio e cellulare nelle mutande (“Me ne sono spariti due nelle ultime settimane”), di tenere un profilo basso: dal confronto diretto non viene nulla. L’indomani, con Stefano, mi mostrerà come accedere a tutti i servizi delle associazioni.

Dal mio giaciglio, l’odore dolciastro lasciato dal disinfettante spruzzato dagli incaricati del Comune riempie le narici. Dappertutto è rumore osceno per chi prova a dormire. Per ore i compattatori dell’immondizia urlano come bestie meccaniche quando sbriciolano rifiuti tra le loro ganasce. Non si chiude occhio fino a mezzanotte e allora le ambulanze sfrecciano a sirene spiegate, inframezzate dal fragore di bottiglie rotte dai camioncini della nettezza urbana. Verso le due, un gruppo di ragazzi con involontaria e crudele gioia si augura buon rientro a casa.

Alle quattro, basta poi un calcio tirato da qualcuno alla borsa che uso come cuscino per gettarmi in un’apnea terrorizzata. Il sonno vero arriva alle sei, quando il risveglio dei Comaschi è accompagnato da tapparelle che si alzano e bus che corrono sbuffando nella penombra. Nella penombra vera, l’odore del nostro risveglio è l’acredine di piscio raccolto in pozze tra i sampietrini di via Mentana.

È un risveglio vacuo, alleggerito solo dalla ricerca di un posto dove lavarsi, usare un bagno, mangiare. Con Stefano e Pietro beviamo un caffè preso da un volontario della Piccola Casa Federico Ozanam in via Sirtori. Mangiamo un biscotto con la bocca impastata. Usiamo a turno i bagni pubblici della via prima che gli altri facciano lo stesso, in massa.

Poi Stefano prepara una sigaretta a Pietro e cerchiamo di dare una qualsiasi forma alle prossime ore, mentre studenti delle superiori ci passano a fianco, schivandoci. “Ti faccio vedere Porta Aperta così puoi prendere i buoni per doccia e pranzo, la biblioteca dove puoi connetterti al wifi e poi c’è da mangiare dalle suore” progetta Stefano, inanellando aperture, chiusure e giorni alterni, numeri e nomi che restituiscono senso al tempo, quando fino a pochi minuti prima ci chiedevamo addirittura che giorno fosse.

Ma sono appena le 8 e 20 e Porta Aperta apre alle 9. Torniamo di nuovo a San Francesco. Stefano travasa un mezzo cartone di vino lasciato incustodito in un secondo cartone. “La colazione dei campioni” scherza mentre ci avviamo verso via Tatti per farmi registrare tra i senza fissa dimora di Como.

Questa è la prima parte del viaggio di ComoZero tra i senzatetto della città

  1. Vittorio Nessi

    Bello, molto bello.

  2. Mariagrazia

    Non riesco …..

  3. Gabriella Sassella

    Brividi …tanti brividi e tristezza infinita …un plauso alle varie associazioni e loro volontari per loro grande umanità…

  4. Luisa Corti

    Va bene: e adesso ? E’ pieno il mondo di articoli come questo, la realtà non cambia, tutte cose sapute e risapute. Ma guardiamo già alla Città dei Balocchi…

  5. Marco Martinelli

    Bellissima iniziativa e articolo emozionante. Grazie davvero a Matteo Congregalli e a ComoZero.
    Un invito a tutti a provare l’esperienza di volontariato in uno degli enti che a Como di occupano di grave marginalità. Come l’articolo ben suggerisce, con l’esperienza diretta ogni prospettiva cambia. http://www.vicinidistrada.it

  6. Gioele

    C’è chi le notizie, oltre a raccontarle, è capace di viverle in prima persona. Complimenti.

  7. Manu

    Bravo! Lo farei anch’io ma forse, per una donna, sarebbe diverso…

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