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Il maestro e il rudere: lo scrittore Giuseppe Guin e il segreto della felicità

Ci sono luoghi che sanno aspettare per anni la persona capace di leggerne l’anima. E ci sono persone che devono attraversare molte vite prima di trovare quella perfetta per loro. E se a indicare loro la direzione giusta, è proprio uno di questi luoghi, allora il risultato non può che essere un’armonia perfetta, di quelle in cui la solitudine diventa equilibrio e il fatto che lì non accada niente (ma è davvero così?), è il massimo che tu possa desiderare.

A Giuseppe Guin e al suo Rudere è successo proprio questo. Lui, giornalista (era capo cronista de La Provincia), ne aveva già vissute tante, di vite: il seminario a 11 anni (rigorosamente coi jeans sotto la tonaca), gli studi teologici e poi Filosofia fino alla scelta di una vita, quella del giornalista, in cui comandano la fretta, le persone da inseguire e le notizie da dare per primi in una continua adrenalina, che è un po’ una droga.

L’altro invece è il Rudere, un vecchio casello di fine Ottocento di cavatori dalle parti di Faggeto, e la sua storia comincia già al tempo dei Romani, quando qui c’era una cava di pietra di Moltrasio che secoli dopo, finito di essere utile, era stata dimenticata.

“Fino a quel momento il lago per me era stato al massimo seguire il forum Ambrosetti a Cernobbio – racconta mentre gira la polenta sulla cucina economica – Poi un giorno, per caso, passando in barca con degli amici ho visto questo rudere in rovina”.

Un colpo di fulmine a cui è seguito, come per tutti i grandi amori, un lungo corteggiamento.

“Quando sono tornato per vederlo da vicino, ho trovato un vecchio pescatore che sistemava le reti. Mi ha cacciato via dicendo che lì non c’era niente da vedere – ricorda – ma non mi sono perso d’animo e sono tornato altre volte”. E un po’ alla volta Mario, che fino a quel momento era stato l’unico frequentatore di quel posto, abbandonata l’iniziale diffidenza ha iniziato a parlare e a raccontare le storie di lago che avrebbero ispirato molti dei racconti di Guin.


“Nel 2004 sono finalmente riuscito ad acquistare il rudere da un imprenditore brianzolo che neanche si ricordava di averlo. E da quando è mio, questo posto ha già vissuto tre vite – spiega dando un pezzo di pane a un’anatra (“si chiama Pina, viene sempre qui a mangiare. A volte si fa anche prendere in braccio”) – ho cominciato a venire qui nei giorni in cui non lavoravo, per staccare dallo stress. Disboscavo, pulivo e chiacchieravo con Mario. Non c’erano né acqua corrente né elettricità: pescavo l’acqua dal lago con un secchio e di notte accendevo la lampada a petrolio. Una mattina mi sono svegliato addirittura con i vestiti rosicchiati da un ghiro”.

E intanto che lui cambiava la vita al Rudere, il Rudere la cambiava a lui.

Quali sono state le altre due vite di questo posto?
Quando ho iniziato a sistemarlo, per 10 anni è diventato il luogo della convivialità, dei pranzi e degli incontri. Mi piaceva condividere con gli amici la sua magia.

E la terza?
È quella che sta vivendo adesso, dopo un lungo restauro che lo ha trasformato in un luogo aperto a chiunque voglia venire a fare un’esperienza di vita isolata, con altri ritmi e altre emozioni (da pochi mesi, infatti, il Rudere è diventato anche la casa vacanze “Il Rifugio dello Scrittore”, Ndr).

Tu però continui a venire qui.
Da quando ho smesso di fare il giornalista (era il 2016), sono praticamente sempre qui. Mi sono ricavato uno spazio tutto per me, dove posso ritirarmi a scrivere.

Sei passato da una vita frenetica a questo splendido niente. È stata dura?
Quando smetti di fare il giornalista, tutti si dimenticano di te. All’improvviso sono passato da ricevere 100 telefonate al giorno a zero. Ma è stato bellissimo.

Questo posto ti ha cambiato la vita?
Qui ho scoperto un mondo che non conoscevo, altre persone, altri ritmi, altri valori. Scrivere romanzi era il mio ultimo pensiero ma poi, ascoltando Mario e le sue storie di pescatori e bracconieri, ho iniziato a raccontarle.

A cosa stai lavorando, adesso?
A breve uscirà il mio nuovo romanzo probabilmente ancora per Dominioni Editore (dal 2005 a oggi ne ha pubblicati 8 Ndr). Il titolo “Mano di donna” è provvisorio ma è un giallo ambientato, naturalmente, sul lago. E la vittima è quel pescatore laggiù (e indica una barca che passa in quel momento davanti alla sua casa): qui lo conoscono tutti e (ride) nel mio romanzo fa una brutta fine.

Torna a soffiare sul fuoco della cucina economica mentre la sua barca (che immortala con ogni luce, novello Monet, in scatti in cui accade tutto e niente) dondola tranquilla davanti a casa.

Quando te ne vai (deve proprio cacciarti, perché non te ne andresti mai), lo fai con la certezza che tutti nella vita avremmo bisogno di un Rudere, reale o anche solo mentale, in cui fermarci ogni tanto.

L’articolo che avete appena letto è stato pubblicato su ComoZero settimanale, in distribuzione ogni venerdì e sabato in tutta la città: qui la mappa dei totem.

  1. Giacomo Butti

    Qui non succede(va) nulla…

  2. Yvonne

    Quasi intrigante la storia del rudere e certamente “IL RIFUGIO DELLO SCRITTORE” è il nome perfetto! Dalle immagini è davvero un luogo che emana profumo di autenticità, di vita dimenticata e la libreria è splendida. Che altro dire? Complimenti Giuseppe e chissà mai che un giorno passando da quelle parti non trovi il coraggio di affacciarmi?!

  3. Stefano Panegatti

    Ho avuto modo di conoscerLa in occasione della presentazione di un suo libro al circolo velico AnnjeBonnje. Ma il suo rudere proprio non ha accesso da terra ?
    Dalle sue splendide foto che guardo volentieri ogni volta mi viene da chiederle se possibile visitarlo.
    Comunque complimenti per la sua insolita scelta
    Saluti
    Stefano

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