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“Indecente”. Pinacoteca, durissimo attacco del critico e curatore Roberto Borghi

Tra soffitti crollati (quelli ormai storici del Tempio Voltiano e quelli, più recenti, del Museo Giovio) e collezioni da valorizzare (con le dovute eccezioni) siamo abituati da tempo a non andare troppo fieri dei nostri musei.

E anche quando succede qualcosa che sembrerebbe sul punto di riuscire a farci finalmente dire “siamo bravi”, ecco che arriva qualcuno a gridare che il re è nudo. Così, a pochi giorni dall’inaugurazione in Pinacoteca di un nuovo spazio (Campo Quadro) destinato all’esposizione temporanea e alla valorizzazione delle donazioni, si alza la voce di Roberto Borghi (critico d’arte e curatore di mostre, non proprio il primo che passa) e non le manda certo a dire: “Sabato pomeriggio sono andato a vedere Campo Quadro – racconta – e ho approfittato di questa occasione per rivedere la collezione permanente del museo. A visita conclusa, mi sono ritenuto davvero fortunato: ero l’unico ad aggirarsi per quelle sale”.

Como il critico d’arte Roberto Borghi

A infastidirlo, e a spingerlo a parlare, non è di certo la qualità delle collezioni bensì lo stato in cui sono presentate al pubblico in un museo che “manca persino di decenza”: illuminazione insufficiente, opere completamente al buio da tempo, sale “in allestimento” da anni (quella dedicata alla Como razionalista) e pannelli inesistenti sostituiti da “tristissimi fogli fotocopiati: non in tutte le sale peraltro sono presenti, e forse è meglio che non lo siano”.

GALLERY-SFOGLIA

Fin qui, verrebbe da dire il solito nulla di nuovo: mancano i soldi. O forse no. “Quando si parla di questa situazione con le autorità cittadine, l’argomento risolutivo finisce sempre con l’essere la mancanza di denaro – dice Borghi – eppure, per riportare il museo quantomeno al di sopra della soglia della decenza, non sarebbero necessari chissà quali investimenti. Campo Quadro è costato non meno di 14 mila euro, forse la cifra più consistente spesa per un intervento in Pinacoteca negli ultimi anni. Questo nuovo spazio è illuminato in modo ottimale ma è pensato per una sola opera: data la situazione complessiva del museo, il non-senso è letteralmente lampante. A me preme sottolineare quanto sia privo di significato creare delle situazioni straordinarie quando l’ordinario è in sfacelo”.

Ma, si potrebbe ribattere, la nuova area è destinata a valorizzare le donazioni, un segno di riconoscenza verso i mecenati e un modo per attrarne di nuovi. Sono scelte. “Già, peccato che – prosegue Borghi nella sua analisi spietata – il dipinto donato più di recente, cioè il Ritratto di Sant’Elia di Fabrizio Musa, sia completamente al buio, con buona pace della riconoscenza nei confronti del donatore. Campo Quadro, dopo l’opera di Giuliano Collina (della serie Lavori in Corso, Ndr), ospiterà un dipinto di Aldo Galli (sinora chiuso nei depositi) che potrà essere visto nella condizione di luce più opportuna. Il senso della decenza, però, imporrebbe di illuminare anche il bel dipinto di Galli, forse uno dei più belli, intitolato Officina 1 esposto in una sala al secondo piano: il faretto che dovrebbe permettere di apprezzare la sua complessa struttura cromatica è, tanto per cambiare, spento”.

E non fa eccezione neppure un’altra opera di Collina, Spiaggia, già esposta da tempo nelle sale “per vederla in modo adeguato sarebbe bene accendere quel faro spento che la fronteggia”. E anche l’argomento riconoscenza, secondo Borghi, è archiviato.
E poi l’affondo finale, quello che, se confermato, potrebbe portare il discorso al di fuori dell’opinabile etichetta delle “scelte” e farlo rientrare in qualcosa di ben più serio, che ha a che fare con le “responsabilità”: “Dopo la costruzione di Campo Quadro, l’accesso alla Quadreria avviene solo di lato, da due ingressi significativamente stretti. L’ingresso centrale, che ci si trovava di fronte salendo le scale del primo piano, è stato coperto dai pannelli creando una sorta di effetto-tappo. E francamente non mi lasciano per nulla indifferente le critiche in termini di sicurezza espresse da qualcuno che conosce bene la Pinacoteca”. Tradotto: il nuovo spazio appena realizzato, avendo coperto completamente l’accesso principale alla Quadreria, potrebbe rappresentare un pericolo per la sicurezza dei visitatori che non avrebbero più a disposizione una delle uscite di emergenza ancora indicate sul piano di evacuazione (non appeso nelle sale come richiesto dalla Legge, per inciso).

La soluzione? Secondo Borghi c’è, e non è fantascientifica: “Per curare e valorizzare un museo è necessario che se ne occupi qualcuno che lo conosce a fondo. La Pinacoteca manca di un conservatore da più di un anno e di un direttore da più di tre anni. Nessun museo di cui io sia a conoscenza si trova in una condizione simile. Probabilmente nessun museo e basta. La Pinacoteca di Como deve proprio essere l’unica, sconfortante eccezione?”. Borghi dixit. (Gli uffici competenti, sentiti al riguardo, hanno preferito non rilasciare commenti).

Il pezzo che avete appena letto è stato pubblicato su ComoZero settimanale, in distribuzione ogni venerdì e sabato in tutta la città: qui la mappa dei totem.

  1. Sergio Gaddi

    Purtroppo la posizione di Borghi non mi meraviglia. Va bene che la riconoscenza non è il suo forte, ma credo che, insieme al suo mentore Cavadini (ricordiamoci lo sfacelo che ha lasciato) avrebbe voluto essere coinvolto del rinnovo della Pinacoteca. E invece per fortuna della cultura, della Pinacoteca stessa, della città e del mondo intero il rischio è stato sventato. Dopo anni di zero assoluto, se c’è una cosa (l’unica) buona che questa amministrazione ha fatto, è proprio dare la responsabilità della struttura a Veronica Vittani, ancora di salvezza di un assessorato sfigurato e alla deriva. Seria, preparata, competente e stimata da tutti. Per buona pace dei Borghi di provincia e amici connessi e correlati.

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