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La storia, l’atmosfera, l’anima di una città: la Dolce Vita di Como scorre lenta in via Vitani

FOTOSERVIZIO MATTEO CONGREGALLI

A Como c’è una via che sembra essere riuscita a trovare il segreto dell’eterna giovinezza.
Sarà l’acciottolato (scomodissimo, ma vuoi mettere la bellezza?), i palazzi che nascondono cortili che non ti aspetti, i negozi che trovi solo qui, i fiori fuori dalle vetrine e lo sguardo attento della Dama della Cortesella che da secoli osserva tutto dalla sua finestra, quel che è certo è che via Vitani, una delle vie più antiche della città e una delle poche in cui è possibile respirare il fascino della Como medievale, è una bella signora che sembra non invecchiare mai, anzi.

 

 

“Ho sempre creduto nella via Vitani sin da quando era una delle meno frequentate della città”, racconta Mariagrazia Lopez seduta nel suo negozio di gioielli che, tra mobili d’epoca, mappamondi antichi, cappellini e abiti anni ’30 (e i lavori in corso per aprire qui, a breve, un’inconsueta sala da tè), è l’esempio perfetto di quanto può riuscire bene il matrimonio tra ricordi del passato e progetti per il futuro.

 

“Adesso per fortuna questa via sta avendo la giusta attenzione che merita, è frequentata dai turisti anche se, purtroppo, turismo significa affitti più alti e spesso gli artigiani e i negozi tipici non ce la fanno. Il rischio è che si perda un po’ l’anima della città”.

Via Vitani però, almeno per ora, sembra aver saputo cogliere la parte migliore di questa trasformazione. E così, uno di fronte all’altro, ecco un ristorante e sala da the persiana aperta da pochi anni e un negozio da barbiere “che è qui da quando esiste il mondo – come racconta orgogliosamente il suo titolare Mario Frigerio – mio padre l’ha rilevato negli anni ’60 ma esisteva fin dal 1900”.

Un posto in cui il profumo di schiuma da barba, i rasoi, le poltrone in pelle, le vecchie lampade in vetro che un arredatore voleva fargli cambiare (“ma io ho cambiato l’arredatore”) e quella giacca bianca identica a quella indossata da suo padre in una vecchia foto appesa alla parete raccontano una passione, più che di un lavoro.

E poco più avanti, dove prima c’era il Pastificio Braglia (che ha traslocato poco più in là), ecco che 4 anni fa è arrivata, ignara del rischio che correva occupando un negozio tra i più sacri della città, Cecilia Proietti che con le sue torte capolavoro è riuscita a cogliere fin da subito lo spirito chic della via: “Stavo cercando un negozio in una via secondaria del centro e, per puro caso, sono capitata qui – racconta tra biscotti e torte a cui è impossibile resistere – è una bella via, passa tanta gente e si lavora bene”.

Una delle tante piccole novità che sono riuscite (magica alchimia) a rinnovare la via senza farle perdere neanche un briciolo di fascino e che sembrano piacere anche a Giuseppe De Toma, anima storica che da 40 anni ne osserva la vita da dietro il bancone dell’Osteria del Gallo, tra bottiglie di rosso, galletti dipinti appesi alle pareti e piatti di affettati: “Sta diventando una specie di piccola Montenapoleone, è sempre più interessante – dice – peccato che i gruppi di turisti passino a testa bassa dietro le guide. Scattano giusto qualche foto e via”.

“Non è questo il tipo di turismo che fa bene alla via – gli fa eco Alberto Castelli che, da un paio d’anni, ha raccolto l’eredità (pesante ma bellissima) della libreria Plinio il Vecchio – per questo tra negozianti vorremmo proporre qualcosa per il bando dedicato alle vie dello shopping (il Bando Multimisura presentato dall’assessore al Commercio Marco Butti che prevede, tra le altre finalità, il finanziamento di eventi legati alle vie cittadine, Ndr)”.

Un’associazione di commercianti della via? “Per ora no ma siamo tutti d’accordo. Bisogna provarci”.
Perché questa affascinante signora ha un sogno nel cassetto: provare a tornare a vivere anche di notte come qualche anno fa, quando, smessi gli abiti e il filo di perle da signora-bene, metteva l’abito da sera, srotolava il tappeto rosso sui ciottoli e si riempiva di gente, musica, ballerini di tango e tavoli su cui le cartomanti leggevano le carte alla luce di una candela.

E chissà che il sogno non torni ad essere realtà.

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