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Le seconde generazioni comasche: “Solo doveri, nessun diritto. Noi, italiani senza cittadinanza”

Il Decreto Sicurezza approvato la settimana scorsa in Parlamento rappresenta la prima vittoria politica della Lega in più di cinque mesi di governo. Il testo, ormai Legge, affronta temi come la criminalità organizzata ma anche, e soprattutto, l’immigrazione. Si parla, però, anche di cittadinanza, cambiando profondamente le normative in vigore.

All’atto pratico e retroattivamente, la procedura per l’acquisizione dello status di cittadino si allunga, passando da due a quattro anni. Anche il contributo richiesto per la gestione di pratica aumenta, passando da 200 a 250 euro. Si introduce anche la possibilità di rifiutare la cittadinanza a stranieri che hanno sposato cittadini Italiani – prima d’ora qualcosa di non permesso. Rimane lo ius sanguinis e il problema dello ius soli non viene ripreso. Quest’ultima è tutt’altro che una sorpresa visti i punti programmatici della Lega.

L’approvazione del decreto sicurezza rispolvera il problema degli “Italiani senza cittadinanza”: ragazzi e ragazze nati in Italia da genitori stranieri o arrivati nel nostro paese da piccoli o piccolissimi, che hanno tutti i doveri di un cittadino Italiano, pur non condividendone i diritti. I dati parlano di 800mila persone in questa situazione di limbo, per cui il percorso di ottenimento di un passaporto si allunga e diventa più incerto.

Anche Como ha la sua comunità di seconde generazioni. Abbiamo parlato con alcuni di questi ragazzi per capire com’è stato crescere in Provincia e come ci si sente a dover affrontare un percorso ancora più lungo e arduo per diventare cittadini dell’unico paese che possono chiamare casa.

Evelyn Akosah, 21 anni, Ghana

Evelyn, raccontaci di te.
Sono nata in Italia nel 1996 da genitori Ghanesi. L’italiano è la mia prima lingue. In ogni caso conosco più l’italia che il Ghana. Ho fatto le elementari e medie a Tavernerio mentre le superiori sono state un po’ tra Erba e la Teresa Ciceri. L’ultimo anno di liceo l’ho fatto invece in Inghilterra, dove vivo dal 2014. Ora studio psicologia a Birmingham. Ho sempre voluto vedere questo paese ma non si poteva perché non avevo la cittadinanza che poi ho ottenuto a 18 anni, tramite mia madre.

Crescendo in Italia hai mai sentito del razzismo?
Un pizzico di razzismo l’ho sentito, soprattutto a scuola. Ma a volte i ragazzi sono così. È l’età. Tavernerio e Erba avevano una mentalità chiusa. La Ciceri a Como era molto più aperta. Fino a qualche tempo fa pensavo che il pregiudizio stesse diminuendo. Ma con l’arrivo dei migranti in città la situazione è probabilmente peggiorata.

Da cittadina italiana, cosa pensi delle nuove norme in fatto di cittadinanza?
Credo sia una questione di discriminazione. Mio fratello, ad esempio, è nato in Ghana ed è venuto in Italia quando aveva un anno. Lui, a differenza mia, non è cittadino Italiano e deve continuare a rinnovare il permesso di soggiorno nonostante abbia vissuto qui tanto quanto me.

La questione dell’identità è molto importante per chi si oppone a procedure più snelle di concessione dello status di cittadino e dello ius soli. Secondo te qual’è il problema?
A prescindere dal passaporto, capita molte volte che finisci per non sentirti Italiana perché non ti fanno sentire tale. È molto difficile per molti concepire che ci siano Italiani di colore, che uno possa avere due identità che si toccano e si mischiano. In Inghilterra, a esempio, l’idea del cittadino British non è limitata a una persona dalla pelle bianca.

Geoffrey Akosah, 24 anni.

Sei il fratello di Evelyn. Tua sorella ha la cittadinanza, a differenza tua. Come mai?
La sfortuna è stata compiere 18 anni prima che mia madre diventasse cittadina Italiana. Detto questo ho fatto la richiesta tempo fa. Il fatto che si debba attendere quattro anni per sapere qualcosa non mi sembra giusto, soprattutto per persone come me. Sono più italiano che straniero, pago le tasse e lavoro. Al momento, ad esempio, devo continuare a rinnovare il mio permesso di soggiorno ogni due anni, in relazione al contratto di lavoro.

Burocrazia a parte, com’è stato crescere a Como?
Gli Italiani sono persone molto umane, molto aperte. Ovvio, c’è anche chi dice apertamente di non sopportare i neri. Ma sono gli stessi che dopo averti conosciuto perdono quel pregiudizio iniziale dicendo chiaramente “sei diverso dagli altri.”
Mi sono anche imbattuto nei classici stereotipi. Giocando io a basket, la gente dava per scontato che fossi forte solo perchè sono nero. Ci sono altre situazioni in cui è difficile. Immagina di frequentare una ragazza bianca e di doverti presentare alla famiglia. Come fai a convincerli di essere una persona per bene se ci sono dei pregiudizi che passano di padre in figlio?

Cosa pensi delle nuove norme della riforma della cittadinanza?
Penso che si tenda a generalizzare. Chi è in Italia da una vita e va aiutato sul percorso di ottenimento del passaporto. Bisognerebbe poi capire che un bambino bianco e uno nero che vanno a scuola insieme sono uguali. La società beneficerebbe da una maggiore diversità. Pensa all’America o all’Inghilterra: è chiaro che una società multietnica sia più forte.

Dina Mensah, 27 anni.

Dina, sei arrivata dal Ghana a 14 anni. Com’è stato crescere a Como?
Fortunatamente ho trovato dei compagni di scuola molto aperti e comprensivi che mi hanno aiutato e accolto. Certo, qualche parola cattiva sul colore della mia pelle alla fermata del bus c’è stata negli anni, ma in generale è andato tutto bene.

Dopo le superiori hai cominciato l’università a Milano e poi hai iniziato a lavorare. In che modo essere senza cittadinanza ha influito sulla tua vita fino a ora?
Mi sono laureata in Scienza della Formazione e dell’Educazione in Cattolica a Milano. Ora lavoro come mediatrice ed educatrice con bambini disabili, richiedenti asilo e vittime di tratta. Studiare e lavorare ha comportato un rinnovo annuale del permesso di soggiorno. È una procedura che richiede tre mesi ogni volta. Quando il tuo permesso è in stato di rinnovo non puoi muoverti nemmeno così liberamente all’interno dell’Italia visto che sei senza documenti.
Inoltre non posso spostarmi da Villa Guardia dove vivo con i miei perchè cambiare residenza rischia di invalidare la mia richiesta di cittadinanza.
Ma la cosa più grave è il fatto che non possa partecipare a concorsi pubblici. È capitato in passato che, nonostante fossi prima in graduatoria per un posto in un asilo pubblico di Cantù, io non potessi lavorare perché non sono cittadina italiana.

Cosa ne pensi delle nuove normative?
Leggendo bene la norma, quattro anni sono solo il tempo entro cui la richiesta viene esaminata. La cittadinanza può arrivare anche dopo sei anni, volendo, nonostante tu sia in Italia da più di dieci, lavori e paghi le tasse.
È come se si volessero creare deliberatamente dei cittadini di serie B. Dire che si vuole accogliere solo chi è veramente onesto non è una scusante ma solo propaganda. Nei prossimi anni potrebbe succedere di tutto. La situazione sicuramente ti impone di stare sempre all’erta.

Carolina Jimenez, 27 anni.

Sei arrivata in Italia da adolescente e ora vivi a Como da qualche anno con tuo figlio e il tuo compagno. Come ti sei trovata?
Sono arrivata che avevo 14 anni e l’Italia non mi piaceva. Ricordo che all’inizio volevo tornare in Perù. La compagnia di amici sudamericani con cui giravo forse non ha aiutato a integrarmi. Ma alla fine mi sono aperta a questo paese. Ora lavoro a Milano in diversi progetti di supporto per vittime di tratta e vivo a Como con mio figlio (che è italiano) e il mio compagno. Ho intenzione di avviare la richiesta di cittadinanza tra poco.

Lavori spesso con ragazzi nati da famiglie straniere e sicuramente hai il polso della situazione. Che tipo di sentimento percepisci tra le giovani seconde generazioni?
Alcuni si sentono respinti. Ma quello che tento di spiegare loro è che parlare due lingue, avere due culture è una risorsa enorme. Molti di loro vogliono ottenere la cittadinanza e poi andarsene. Ed è una perdita enorme per il nostro paese. Sono preziosi proprio con le loro diversità. I tempi stanno cambiando e le seconde generazioni sono molto numerose. Sta a noi presentarci, a farci vedere alle persone che magari si girano ancora a guardare come se fosse tutto nuovo.

Cosa ti aspetti dal tuo fare richiesta di cittadinanza?
Certamente i tempi così lunghi rendono tutto più difficile. Mi domando anche perchè richiedano così tanti anni di residenza a gente che è qui da tanto. Nel mio caso poi dovrei recuperare dei documenti dal governo Peruviano, il che rende le cose ancora più difficili.

George Tomoiaga, 23 anni.

George, tu sei venuto dalla Romania quando avevi 9 anni. Parlando di cittadinanza, la tua situazione è un po’ diversa visto che la Romania fa parte della Comunità Europea. Saresti interessato a diventare cittadino Italiano?
Sono arrivato che ero già grandicello, nel 2003, raggiungendo mio padre che era già qui. Sapevo parlare un po’ di Italiano grazie alle videocassette che avevamo a casa. Ho studiato alla Castellini e ho fatto lavorato davvero dappertutto. Potrei chiedere la cittadinanza perchè non ho precedenti [penali ndr] ma onestamente, no. Non mi interessa. Da una parte perché non ne ho bisogno urgente.
Dall’altra perchè non la voglio io. In qualche modo mi sento Italiano ma so anche bene da dove vengo.

Negli anni è stata ingiustamente affibbiata una cattiva reputazione ai tuoi connazionali. Com’è stato crescere a Como?
Personalmente non ho mai avuto problemi. Nessuno mai detto qualcosa di sbagliato su di me o sul mio paese. Ho sempre spiegato la differenza tra Rumeni e nomadi.

Opinione interessante. C’è da dire che molti figli di immigrati fanno fatica a ottenere lo status di cittadini e per questo hanno una vita più difficile. Cosa pensi delle nuove norme?
Bisogna distinguere tra chi chiede la cittadinanza senza magari parlare una parola di Italiano e chi invece ha sempre vissuto e lavorato qui. Ho lavorato per un po’ all’Ufficio di Stato Civile e mi sono trovato a tradurre per gente che voleva richiedere la cittadinanza. Altro discorso riguarda i ragazzi per cui l’Italia è l’unica casa.

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