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Luigi Perini, bimbo in fuga dal comunista Tito. “A Trieste mio padre disse: non torneremo a casa”

Luigi Perini porta con sé uno zainetto verde un po’ sgualcito, che, nonostante le apparenze, custodisce storia. L’uomo si siede ed estrae il contenuto con cura religiosa: fotocopie di certificati di nascita, pagine di libri, documenti di polizia e una foto, in cui i genitori, Antonio e Valeria, guardano nell’obiettivo sorridendo.

“È una foto drammatica. Eravamo nel campo profughi di Campo Marzio, nel 1956 – esordisce, subito – mio padre sarebbe morto poco dopo. Mia madre era malata di tubercolosi e alternava il sanatorio alla fabbrica”. Luigi è uno dei 300mila giuliani e dalmati di etnia Italiana che tra il 1944 e il 1954 vennero scacciati dalle terre dell’Adriatico settentrionale, in fuga dal regime comunista titino e sulla scia dei massacri delle foibe.

“La mia famiglia viveva a Capodistria dal 1500. Eravamo pescatori e agricoltori, cattolici, proletari – racconta Luigi, nato nel 1946 in quella che oggi è la città slovena di Koper – quindi avevamo qualche tutela dai comunisti. Rapidamente, però, la situazione divenne intollerabile”.

I primi segnali inquietanti venivano dal convento di Sant’Anna convertito a carcere nel 1947 e vicino a casa dei Perini. Luigi ricorda le urla dei prigionieri italiani torturati.
Uno zio di Luigi era scomparso nel 1945 a Pola riemergendo, morto, a Belgrado. Nel 1953, i Perini seppellivano un parente morto per cause tenute segrete dalla polizia. “Mio padre riuscì a vedere il cadavere crivellato di colpi – racconta Luigi – Poco dopo lasciammo Capodistria, cercando riparo a Trieste”.

Ma l’esodo, come i profughi avevano preso a chiamare lo sradicamento forzato, non si sarebbe concluso presto. Nel 1954 la Zona B di Trieste venne concessa alla Jugoslavia, costringendo centinaia di persone a spostarsi. “Ero sulle spalle di mio padre in Piazza Unità a Trieste – racconta, ritrovando una tristezza antica tra i ricordi di bambino – mi disse che non saremmo più tornati a casa”.

Quel momento segnò per Luigi e gli altri profughi giuliano-dalmati la dispersione tra vari campi del Nord Italia, chiusi solo nel 1967. 80mila persone emigrarono in Australia e Canada, dove ancora oggi la comunità protegge la propria identità stampando periodici in dialetto giuliano-dalmata come Il Fiuman. “La lingua è una delle poche cose rimaste che ci tiene uniti” spiega sorridendo, Luigi, arrivato a Como nel 1968 lavorando prima in dogana e poi al Banco Lariano nel 1973.

Oggi 62enne, Luigi è il presidente della sezione comasca dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia che preserva il ricordo dell’esodo italiano.

L’importanza della missione si incarna nella cura con cui ripone i documenti che trasporta quasi per timore di non essere creduto. “Oggi i confini non contano più, la guerra è stata persa. Ma la storia, la cultura di un popolo millenario stanno sparendo – spiega l’uomo, usando il dialetto per spiegare che la questione non è più nazionalista – un tempo volevamo solo essere italiani. Oggi vogliamo che la nostra cultura sopravviva, che si ricordi che la nostra terra, culturalmente, iera, xe, sarà sempre Italia”.

L’articolo che avete appena letto è stato pubblicato su ComoZero settimanale, in distribuzione ogni venerdì e sabato in tutta la città: qui la mappa dei totem.

  1. ROBERTA

    Sentita solidarietà a un popolo che ha tanto sofferto senza colpa e per tanti anni è stato dimenticato dalla Storia. Fortunatamente, anche se troppo tardi, da alcuni anni si è cominciato a ricordare, celebrare e riconoscere gli errori.

  2. l’armando

    Grande rispetto per l’amico Perini. L’impegno che ha sempre profuso per mantenere viva la Sua Associazione deve essere monito per tutti giovani e non, negazionisti e limpidi credenti dell’eccidio.

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