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Sentenza paratie, il riscatto (morale) di Lucini. I giudici: “Il fine? Il bene della città non di Sacaim”

C’è una forma di recupero dell’onore, se non tout court (viste comunque le condanne) almeno morale, per l’ex sindaco di Como Mario Lucini nelle motivazioni della sentenza per il processo Paratie, pubbliche da qualche ora.

Il fatto che poi gli imputati – si legge – facevano letteralmente carte false per scongiurare questa ipotesi non smentisce, tuttavia, il dato iniziale. Ossia che era stato lo stesso Comune di Como, sia pure su sollecitazione della Regione, a interpellare Anac per verificare la correttezza della procedura di variante, e che dunque vi era una volontà di condurre e proseguire l’appalto in modo lecito, dal punto amministrativo, e quindi a maggior ragione sul piano penale“.

Dopo la condanna Lucini rompe il silenzio: “Senti morire dentro ogni ideale e passione” 

E’ un documento di quasi 300 pagine quello depositato dal giudice estensore, Walter Lietti, e dal presidente, Valeria Costi.

In qualche modo, si conceda, quasi un romanzo storico che con precisione millimetrica e grande equilibrio ricostruisce, punto a punto, dialogo per dialogo tutti gli aspetti, primari e secondari, connessi alla maxi inchiesta.

E’ chiarissima l’attenzione con cui i giudici, in punta di diritto, riconoscono le colpe ma non ignorano intenzioni e obiettivi: “Non va poi dimenticato che, quanto a Lucini, Gilardoni e alla Petrocelli (in relazione alle paratie), gli stessi si trovano a dover affrontare e gestire una situazione oggettivamente molto complessa e problematica, risalente nel tempo, derivante da colpe imputabili all’amministrazione precedente (di cui pure facevano parte Viola, Ferro e la Marciano), a sua volta originata da errori e trascuratezze iniziali, e tuttavia non facilmente individuabili è […]. Non era dunque affatto facile il ruolo degli imputati, chiamati a cercare di rimediare – nelle loro possibilità – a questa situazione”.

Scrivono ancora. parlando delle soluzioni adottate: “Vi era tuttavia un problema non da poco: questa soluzione, apparentemente ragionevole, non appariva legittima secondo le ricordate norme del codice degli appalti”.

In sostanza: “Sul piano concreto, dunque, il fatto che il Comune di Como nel caso di specie volesse mantenere il contratto di appalto con Sacaim rispondeva innanzitutto a quell’interesse proprio originario che aveva fatto sorgere l’appalto, ossia la realizzazione dell’opera. A questo interesse proprio primario (ossia l’ipotetico “vantaggio” dell’asserito abuso di ufficio) si aggiungevano ulteriori interessi secondari: ossia che l’opera fosse realizzata nel minor tempo possibile e con il minor costo possibile. E in tutti gli atti dell’amministrazione comunale è esplicitata questa chiara volontà”. Nessun vantaggio personale, insomma.

Perché: “Il fine, dunque, non era quello di procurare un vantaggio (ingiusto) a Sacaim, ma, se mai, di procurare un vantaggio al Comune di Como“.

Infatti: “I rischi dell’opera […] potevano superare gli incerti benefici. Lucini precisava che, accanto agli aspetti tecnici, vi erano anche aspetti problematici giuridico amministrativi, che però – a suo dire – non potevano impedire le modifiche al progetto per l’importanza che lo stesso aveva per la città”.

L’obiettivo infatti era: “Che l’opera fosse realizzata nel minor tempo possibile e con il minor costo possibile”.

Dunque, a proposito dello spacchettamento: “La scelta, da parte dei tecnici Gilardoni e Ferro e da parte del Sindaco, era stata quella di procedere agli affidamenti diretti senza una gara, che viceversa avrebbe allungato ancora i tempi (situazione ritenuta intollerabile)”. Ergo: “Da questo punto di vista il dolo del reato è assolutamente intenzionale”.

Il documento, che chiude il primo grado di un iter processuale faticoso e lunghissimo, sembrerebbe non aver dato gioia a alcuna delle parti (accusa e difese). Il ricorso in appello è cosa scontata.

Dopo la condanna Lucini rompe il silenzio: “Senti morire dentro ogni ideale e passione” 

 

 

 

  1. Comino

    Non avevo dubbi. Mai avuti sulla sua integrità morale e sul fatto che ci abbia “provato”, forse con la troppa ingenuità che ne ha caratterizzato tutto l’operato. E ho detto operato, nel bene e nel male, non la latitanza dell’attuale.

  2. giorgio

    Davvero qualcuno aveva dubbi sulla buonafede e sull’intento di una persona del calibro di Lucini?

    Pur essendo cose note, ben venga che siano messe per iscritto:

    -“Situazione oggettivamente molto complessa e problematica, derivante da colpe dell’amministrazione precedente”;
    -“Il fine era di procurare un vantaggio al Comune di Como”.

  3. Gioele

    Sulla buona fede dell’operato del Sindaco Lucini non avevo dubbi. Dopo che si sono lette le motivazioni della sentenza, la condanna dell’ex-Sindaco e la prescrizione del suo predecessore lasciano l’amaro in bocca. Il pasticcio “derivante da colpe imputabili all’amministrazione precedente” non è stato sanzionato, chi invece in buona fede ha cercato di porvi rimedio è stato condannato. A volte, la distanza tra giustizia e legalità è molto più ampia di quel che si possa accettare.

  4. Oreste Rinchetti

    Non ho mai avuto dubbi sulla correttezza morale, deontologica ed intellettuale di Lucini, uno dei pochi sindaci, dopo Spallino, degni di questo ruolo. Grazie Mario

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