Attualità

Una notte a San Francesco. “Questa vita non è una scelta. Qui uccidiamo la nostra umanità”

E’ complicato parlare di chi dorme sotto il portico di San Francesco senza cadere in un inutile, dannoso, buonismo. O senza negare i sacrosanti appelli al decoro, all’igiene e all’ordine di moltissimi cittadini.

Esigenze che poi magari, a voler ben vedere, possono portare alla medesima soluzione, chissà. Perché in questi giorni si è detto e sentito di tutto ma l’unica certezza è che una quarantina di persone (se contiamo solo quelle a San Francesco. Circa 150, se consideriamo gli invisibili che dormono in altre zone più nascoste della città) che mentre chiudete la finestra “perché stasera fa freschino” si prepara a dormire per strada.

E la soluzione non può essere solo “cacciateli di lì” perché sappiamo tutti che non si smaterializzerebbero (Valmulini docet). E a chi chiede di aiutarli non si può neanche rispondere “prendeteveli a casa vostra”.

Non funziona così. E quando leggi che alla fine va bene tirarli fuori dai sacchi a pelo alle 5 di mattina per far passare l’idropulitrice, allora capisci che qualcosa è saltato.

Perché se vostra moglie (o marito) tutte le mattine vi buttasse fuori casa all’alba per lavare i pavimenti e chissenefrega se piove, se fa freddo, se devi andare in bagno, se non sapete dove andare a tirare le sette, credo che in un paio di giorni sareste dall’avvocato con tutti gli amici dalla vostra parte.

E se questo, invece, sembra normale in una città in cui una persona ogni nove fa volontariato, in cui fioriscono iniziative di inclusione e si attivano spontaneamente inaspettate catene di solidarietà, forse c’è un equivoco di fondo, una situazione a tal punto degenerata che si è portati spontaneamente a fare di tutta l’erba un fascio, senza possibilità di appello.

Così, chi dorme qui sono “i soliti clandestini, quelli che poi vedi in giro con le cuffie e i vestiti firmati e il cellulare più bello del mio”, quelli “che non hanno voglia di lavorare perché tanto li manteniamo noi”.

Quelli che se ne devono andare, insomma. Ma siamo davvero sicuri che sia proprio così?

Per questo ho chiesto a Marta Pezzati, Presidente di Como Accoglie, chi sono davvero le persone che dormono davanti a San Francesco.

“Il clandestino classico qui è la minoranza – spiega – La maggior parte ha ottenuto il permesso di soggiorno e, come impone la legge, hanno dovuto lasciare i centri di accoglienza e non sanno dove andare. Alcuni hanno addirittura un lavoro o stanno seguendo dei corsi di formazione ma non riescono a trovare un’abitazione. Chi affitta a questi ragazzi? E a che prezzi? E poi ci sono i neomaggiorenni che devono lasciare le strutture per minori senza sapere dove andare“.

E quelli che più facilmente balzano agli onori della cronaca per le risse o varie attività illecite? “ I ragazzi con dipendenza dalla droga o addirittura, a loro volta, spacciatori non dormono qui. Se vengono a chiedere aiuto ci siamo, ma non li seguiamo, sono un gruppo a sé e sono un problema da affrontare in maniera diversa”.

E la soluzione per chi dorme sotto San Francesco quale potrebbe essere? “Situazioni lasciate così non possono che degenerare perché le persone diventano sempre più fragili, vittima di dipendenze e potenzialmente sempre più pericolose. La soluzione non è una città piena di cancellate perché si sposterebbero altrove. In una città virtuosa ci sarebbe una regia istituzionale a coordinare tutte le energie e si potrebbe pensare a un sistema articolato in tre parti: un dormitorio permanente per chi è in transito, indipendentemente dallo status, un sistema di accoglienza e integrazione per chi ha già completato il percorso burocratico (lo SPRAR) e un ultimo step di accompagnamento all’indipendenza aiutando chi lavora a trovare una casa”.

Il classico scenario a cui qualcuno potrebbe rispondere che ci sono tanti italiani da aiutare prima. “E’ vero. E non vogliamo fare del razzismo al contrario. Ma quanti sono i ragazzi italiani di 19 anni che dormono per strada? Tanti magari sono senza lavoro, ma hanno una casa. E l’aiuto dei servizi sociali, se serve. Loro no”.

E “Loro” tutte le sere vanno in via Sirtori a registrarsi e a prendere una borsa con un materassino da yoga (quante notti resistereste voi su un materassino da yoga?), un cuscinetto, una coperta e un sacco a pelo: la dotazione per andare a dormire sotto il portico di San Francesco fino al 1 dicembre, quando aprirà il centro per l’”Emergenza Freddo” (come se a dormire per terra sotto un portico senza bagni l’unica emergenza fosse il freddo, in effetti).

E fin qui c’è quello che vedi passando in macchina o che senti raccontare da chi li aiuta. Ma la loro voce? In realtà non hanno molta voglia di parlare ma, grazie a Marta, un paio si lasciano convincere chiedendo in cambio di restare anonimi e di non fotografare nulla.

E così parlo con S., poco più che ventenne, arrivato tre anni fa dal Mali dove faceva il muratore e ospitato fino a un mese fa a Sagnino. Ora ha i documenti, è libero di andare dove vuole ma in realtà non è riuscito ad andare oltre Foggia, dove ha raccolto la verdura come bracciante stagionale. Ora spera di raggiungere degli amici fuori dall’Italia.

Un dormitorio potrebbe essere un aiuto, nell’attesa? “Si certo. A Sagnino avevamo le camerate, i bagni. Ora invece sono per strada e non è bello vivere così”. Poche parole, e la voglia di scappare via in fretta, in tutti i sensi.

Poi c’è A., che invece ha voglia di raccontarsi. E’scappato l’anno scorso dalla Sierra Leone e ricacciato in Italia dopo un tentativo di raggiungere la Germania. Ora è qui con tutti i documenti in regola, frequenta un corso di italiano ma dorme per strada. “Al mio paese non avevo problemi economici. Ho studiato, mi occupavo di amministrazione. Ho perso la mia famiglia e sono scappato per cercare una vita al sicuro – racconta – Non ho scelto io di vivere per strada, non ho niente” dice mostrando uno zainetto che contiene tutto quello che ha (e che a chiunque di noi sembrerebbe troppo piccolo persino per una gita fuori porta).

Com’è la tua vita?

Tremenda. Nessun essere umano può sopportare questo. Ci sono persone traumatizzate tra noi, persone depresse. Io stesso non so nemmeno se sono vivo o sono morto, non sono niente

Cosa vorresti?

Voi mi date il cibo ma io vorrei solo una seconda possibilità, vorrei integrarmi, voglio vivere la mia vita, ho solo questa. Come si dice? Non datemi il pesce ma insegnatemi a pescare

Un dormitorio permanente potrebbe essere un inizio?

Ci sono tantissimi edifici vuoti qui intorno ma forse no, non sarebbe una soluzione. Sarebbe la stessa storia. A noi serve un posto dove sentirci a casa e qualcosa da fare, come tutti, non solo un posto dove dormire. Non vedeteci come vittime da aiutare. Noi vogliamo dare il nostro meglio qui, abbiamo una dignità

Ecco il secondo livello di accoglienza di cui parlava Marta. Com’è dormire qui a San Francesco?

Sai cosa significa essere svegliati all’alba e essere cacciati fuori tutte le mattine? E’al di fuori dell’umanità. Stiamo uccidendo la nostra umanità. Se vuoi rendere il mondo un posto migliore, devi prima fare della tua casa un posto migliore. Vivere così non è una scelta, la negatività non è una scelta. Ma se questa ormai è la mia vita, perché dovrei aver voglia di viverla domani?

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