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Vita da chiosco: i turisti cantano, le mamme chiacchierano, i bimbi giocano

Nel 1946, ad appena 21 anni e al ritorno dalla Germania, Umberto Tromboni trovò un paese distrutto. Così, nel mezzo della ricostruzione, fondò il “Chiosco Tromboni”, da 73 anni parte del tessuto di viale Varese.

“Con Umberto ci siamo sposati nel ‘54, avevo 19 anni. Ho cominciato a lavorare qui e non ho più smesso” racconta Pompilia, una coriacea 85enne che siede ancora dietro al bancone, nonostante il figlio Silvano abbia preso in gestione il locale dopo la morte del padre, nel 2002.

Il Tromboni è una piccola capsula temporale dove un’Italia scomparsa continua a sopravvivere e le relazioni sono personali e ultra-locali. “La tua mamma la conosco?” chiede Pompilia, cercando di fare mente locale.

Bibite, panini, caffè e gelati dietro il vetro appannato di un frigo che vibra e ronza. Sedie di plastica sotto una tettoia, in attesa dell’estate. Pompilia dice di non voler lasciare andare i ricordi.
“Da viale Varese passavano i forestieri di ritorno dal mare. Compravano chili di arance profumate da portare a casa – racconta, rievocando gli anni ‘60, giardinetta e gite fuori porta – mi ricordo le notti d’estate con quintali di cocomeri. Anche i sciur de Comm venivano a mangiare l’anguria”.

Anche il chiosco ha però sentito il contraccolpo di un viale Varese a senso unico che porta meno clienti (“sempre più maleducati” ci scherza sopra Pompilia) che spesso chiedono solo moneta per il parcheggio.

“Però amo il mio lavoro, nonostante le rogne – spiega Silvano – è il contatto con il cliente la cosa più soddisfacente. Da qui vedi passare il mondo”.
Come per molte altre attività familiari, la storia futura del Tromboni dipende dalle nuove generazioni, ci dice Silvano “Se mio figlio vorrà, potrà sicuramente lavorare qui”.

Ai giardini a lago, il bar “Il Chiosco” offre ristoro a chi passeggia all’ombra degli alberi. “Mio padre Antonio faceva il cuoco in Svizzera. Nel 1985, ha voluto prendere questo chiosco per darci un futuro – spiega Roberto, che sin da bambino aiutava i genitori e che ricorda gli anni ‘80 con nostalgia – erano i tempi del benessere, quando i milanesi venivano in gita al lago o le partite del Como portavano tifosi e non scontri con la polizia”.

Quando chiediamo a Roberto delle soddisfazioni del suo lavoro, la risposta lo accomuna ad altri gestori. “Il bello sta nell’avere a che fare con bambini, mamme, ragazzi, persone dalla genitlezza disarmante, nell’ascoltare le persone che hanno storie da raccontare, nel vedere il mondo che passa”.

Sacrifici e anni di lavoro accomunano tanti degli scatolotti di metallo sulla spianata delle mura, su viale Battisti.

Il chiosco Benito ha questo nome da quando Benito Tartari l’ha preso in gestione nel 1985, offerto dal Comune in alternativa a un posto in una via Milano alta già in declino.
“Per lavorare hai bisogno di parcheggio, fermate del bus e passaggio – ci spiega Cristian, il figlio, da dietro al bancone, quando chiediamo di descrivere la vita da chiosco – la nostra posizione non è male, specialmente con il mercato”.

Per lui e il fratello Fabio, succedere al padre è stata una decisione necessaria, dopo la morte di Benito nei primi anni 90. “Avevo 17 anni e studiavo come disegnatore per tessuti – racconta Cristian, tra un cliente e l’altro – non bastava per lavorare nel settore e quindi abbiamo preso il posto di papà”.

Come ci racconta Cristian, negli scorsi anni, la spianata delle mura e i suoi chioschi hanno visto una florida stagione di eventi, concerti e raduni automobilistici. E Francesco “Frank” Rutigliano, vespista ortodosso ed ex-proprietario dell’Angolo degli Artisti, ora del figlio Fabio, è stato proprio uno dei fautori di questa stagione.
Le 10 edizioni del concorso di bellezza “Miss Vespa” ne sono un esempio.

“Volevo rendere questo viale più di un semplice passaggio verso la città murata, permettere alla gente di vivere la città – ci racconta Francesco, che ha aperto il locale nel 2002, dopo anni da barista dipendente – e devo dire che vedere un tedesco o un francese cantare “Volare” a squarciagola durante una serata karaoke, lontano dai luoghi turistici è una soddisfazione”.

Prima di Francesco, il chiosco era anche punto di ritrovo per le comitive di tifosi del Como in partenza per le trasferte. Che l’Angolo degli Artisti sia ancora oggi un po’ più di un semplice bar è reso evidente dagli studenti seduti sulle sedie di plastica, dagli habitué che ormai fanno parte dell’arredamento o dagli avvocati che lo preferiscono al bar del tribunale. “È creare un’esperienza personale per il cliente che mi ha motivato per tanti anni” spiega Francesco.
La tradizione verrà portata avanti dal figlio Fabio, ex consulente finanziario che da qualche settimana è subentrato al padre: “Ho dato una mano per oltre tredici anni. Conosco il lavoro e le prospettive sono buone. Sarà una bella avventura”.

L’articolo che avete appena letto è stato pubblicato su ComoZero settimanale, in distribuzione ogni venerdì e sabato in tutta la città: qui la mappa dei totem.

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