Punti di vista

Locatelli più sindaco che vice, la vera forza di FdI e Pd, Forza Italia ferita ma arbitro: analisi del voto a Como

Il voto per le elezioni europee – un voto dunque essenzialmente politico, oltre che tecnicamente proporzionale puro – dice alcune cose interessanti se interpretato con riflesso sul Comune (e sulla città) di Como.

La prima e anche la più semplice e solare è che oggi la giunta guidata da Mario Landriscina ha un unico, vero, grande sole che la illumina e la sorregge: quel sole si chiama Lega e assomiglia (Salvini a parte) ad Alessandra Locatelli. Il vicesindaco di Como, oggi – forte, fortissimo di quel 37% mostruoso colto in città dal suo partito – è di fatto il sindaco bis del capoluogo, più che una “banale” numero 2. Non è poco.

Anzi, è tantissimo. E molto più lo sarà sulle scelte politiche di fondo: oggi è chiaro come non mai che il cordone ombelicale della giunta, quello in grado di orientarne scelte di campo e indirizzi politici, è saldamente targato Lega. Il che, però – attenzione, anche se questo aspetto lo vedremo meglio dopo – non significa che la vita in senso assoluto della giunta Landriscina sia meno “a rischio”, esagerando un po’, del sabato notte pre-voto. Ma ci arriveremo.

La seconda informazione netta che arriva dalle urne – considerandone il peso politico, anche in questo caso, più del singolo numero in sé – è l’affermazione di Fratelli d’Italia. In città il partito di Giorgia Meloni è arrivato al 6,5%. Non un’enormità, in senso assoluto. Ma è relativamente al resto del panorama che quella cifra diventa pesante.

FdI, infatti, in una terra in assoluto meno generosa del Meridione rispetto alla sua proposta politica, è riuscita a crescere e a non essere del tutto soverchiata da Salvini pur giocando nello stesso campo in cui era piazzato il tentacolare mastodonte chiamato Lega. Certamente avrà contato il vento favorevole a livello nazionale per le offerte cosiddette sovraniste, ma nello stesso tempo non rimanere schiacciati dal peso ipertrofico della creatura salviniana dà un valore decisamente maggiore al pur non enorme incremento in sé di Fratelli d’Italia. Quel 6,5% insomma ha una massa potenziale anche superiore a quanto indica la bilancia.

Non esistono controprove, ma non è utopia ipotizzare che una Lega crescente ma su percentuali più “umane” (facciamo attorno al 30%, per ipotesi) avrebbe liberato spazi per una crescita ancora superiore dei meloniani. I quali, secondo questa interpretazione e al netto dei limiti fisiologici di cattura del consenso laddove ancora brucia la fiamma tricolore nel simbolo, incassano comunque una performance più sostanziosa che appariscente.

Venendo a Forza Italia, il trend calante non si è risolto nell’annientamento ma quel 9.1%, con la discesa sotto la soglia anche psicologica del 10% in città, è un unicum nella storia berlusconiana e segna il punto più basso di una caduta verticale del consenso che pure prosegue da tempo. Eppure, ecco il paradosso: pur nel pieno di un probabile tramonto, ai fini della vita e forse ancor più della “morte” della giunta Landriscina (con cui, dopo l’uscita degli assessori azzurri a novembre, i rapporti in aula sono tesissimi), Forza Italia pesa esattamente come prima.

Cioè tantissimo, poiché potenzialmente decisiva con i suoi 5 consiglieri capaci di raggiungere una maggioranza alternativa in caso di contingente saldatura con tutti i gruppi di opposizione. Avere in mano il potere di interrompere anzitempo il percorso iniziato nel 2017 dall’esecutivo di centrodestra: un jolly di piombo per i superstiti azzurri, che nemmeno il vento sfavorevole di questa tornata elettorale ha spazzato via.

Certo, uno strappo simile con i teorici compagni di viaggio del centrodestra comunale non è facilmente ipotizzabile (Forza Italia governa in tantissime altre amministrazioni locali con la Lega, a partire dalla Regione Lombardia, e le conseguenze potrebbero essere cicloniche e diffuse).

Inoltre, un tale ribaltone potrebbe non essere privo di potenziali conseguenze a lunga gittata esiziali per gli stessi autori (un voto anticipato a Como causa saldatura con l’opposizione per una sfiducia al sindaco sarebbe poi difficile da sostenere in seguito e non lascerebbe molti argomenti ai forzisti per tornare a chiedere nuovo consenso ai moderati comaschi).

E però i numeri delle europee sono una cosa e quelli sedimentati in consiglio comunale un’altra. Diversissima: salvo ricucitura con Landriscina ed eventuale rientro in giunta, i 5 consiglieri forzisti in aula per ora mantengono immutato il potere di far ballare l’esecutivo ogni volta che lo desiderano. Ironia della politica: una giunta politicamente ancora più forte grazie al voto appena archiviato, potrebbe dunque essere ancora più in balìa di prima della bestia azzurra ferita. Vedremo.

Giunta Landriscina

Infine, i Cinque Stelle e il Pd (alla cui sinistra, forse, sarebbe ora che si smettesse di farneticare su “ripartenze dal basso”, “vere sinistre” e simili, alla luce degli esiti drammatici di queste proposte ormai da lustri e lustri).

Per quanto riguarda la creatura di Di Maio, l’8% in città ne sottolinea ancora una volta la debolezza strutturale e la sostanziale irrilevanza (a oggi, nemmeno una futuribile alleanza locale con la Lega avrebbe numeri da governo locale).

Discorso radicalmente diverso per il Pd: vero, il 44% delle europee 2014 pare preistoria, ma il 26,5% colto a Como città nel momento del lievitare quasi magico della Lega sembra un’affermazione di orgoglio e resistenza per nulla pronosticabile prima delle urne. Un risultato, peraltro, raggiunto senza un big come Luca Gaffuri sulla scena pubblica, con un’esperienza di governo (2012-2017) bocciata dagli elettori soltanto due anni fa, con una leadership nazionale che meno sembra calarsi sulla realtà borghese e produttiva di Como rispetto alla passionale (quanto breve) luna di miele vissuta con Matteo Renzi.

Eppure i dem ci sono. E ci sono pure bene. Forse, per il motivo più banale di tutti: in un momento in cui ogni altra isoletta a sinistra dei dem viene sommersa dall’indifferenza dell’elettorato comasco, e in una fase in cui le altre proposte teoricamente rivolte all’elettorato moderato (da Forza Italia agli stessi Cinque Stelle) si sgonfiano o addirittura nemmeno provano a gonfiarsi, il Pd diventa ancora di salvezza e unica risposta non estremista per chi rifiuta a priori le destre salviniano-meloniane.

Se a questo si aggiunge un po’ di opposizione convinta, seria e talora persino convincente, non serve per forza inventarsi il demiurgo o la proposta shock: l’elettorato progressista, banalmente, trova un riparo, qualche buona proposta, figure credibili e una speranza di alternativa. E ci si affida, aspettando che la tempesta di rosari e porti chiusi, un giorno, passi. Forse.

  1. mssmm

    secondo gli algoritmi liquidi di al-Khuwārizmī , passeranno anche questi; nel frattempo , però, ci sono loro?

  2. marietto

    è inutile che si pensi ad altro Forza Italia a Como ha avuto quel che si merita, in maggioranza a creare trabocchetti e sgambetti VERGOGNA!, Como ha colto nel segno

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