satira

Chiara&Alessio: galeotta fu la Pedemontana. Il miracolo improbabile di Giggino e Matteo

Insegna la miglior science fiction d’antan: quando arrivano gli omini verdi (verde-giallo in questa storia) pure sovietici e statunitensi riescono a diventare sodali.

Così l’amor governativo Padano-Grillino ha frullato le identità politiche in un brodo primordiale. Vecchi compagni Dem passeggiano inebetiti, bavetta lato bocca, al braccio di amici forzisti. S’intona Apicella, prosit a lambrusco, ostrica in bocca.

Potere al Popolo e Fratelli d’Italia organizzano gitoni domenicali con grigliata a Frattocchie, si cucina biovegano sulle note di Giovinezza, poi il dibattito su Elémire Zolla, modera Antonio Pennacchi.

Fasci incrociano Falci, i Martelli si trasformano in garofani. Micromega pubblica monografie sull’infanzia di Prezzolini e Federzoni. Il Giornale e Libero offrono ampie riletture, e progressive, di Gramsci.

E avvien d’improvviso. In un annoiato giovedì di luglio (in attesa che finisca la Giunta in Comune a Como si picchietta F5 sui siti degli altri) la posta di redazione segnala nuova mail: Braga (PD) e Butti (FdI): “Nebbia fitta sul futuro di Pedemontana”.

“C’è la solita roba su Pedemontana, la apri tu?”.
“No tu, dai”
“Fff, ok”
CLICK, MAGICAMENTE CLICK
“Aspetta, no dai, impossibile”
“Vuoi un caffè? Cosa?”
“Meraviglioso: nota congiunta Butti-Braga, è mia!”
“No, mia!”
“Puoi implorare in turcomanno, mai!”
“E tutta titolo ‘sta cosa”
“Ah ma ci sarebbe anche la notizia”
“Aggià, in effetti, sbuf. Si ok, adesso la pubblichiamo a parte” (qui)

Interno giorno, il Transatlantico, Montecitorio. Chiara la rossa, Alessio il nero. Dopo legislature intrise di gelida cortesia, sopracciglia inarcate in un istante di eterna disapprovazione e ostentata indifferenza, i due si avvicinano lentamente.

Smessa la salopette, Chiara è avvolta nel piumaggio reale di un pavone, calza sinuosa un tubino firmato Dossola. Alessio, abbandonato lo smoking, è in mimetica Leonka: kefia, cuffietta in lana cotta, pantalone Inti Illimani, ukulele alla spalla.

Quatti quatti, sospettosi eppure attratti, girano intorno, in una danza innaturale ma dovuta. Una milonga lenta, malinconica, dove si sussurrano solo due nomi in un mantra ipnotico: “Giggino e Matteo. Giggino e Matteo”.

La spirale, passo felpato, assottiglia prudentemente ma inesorabilmente le distanze. Morricone dirige i musici, Scorsese lavora sui primissimi piani, non vola una mosca.

I parlamentari di primo pelo guardano incantati, un decano d’aula sussurra: “Pivelli questa è roba forte, state buoni. Credete che Berlinguer e Moro non abbiano preso lezioni da Gardel?”

Ecco il miracolo: l’aberrazione di un tempo diventa dolcissima cortesia. I volti quasi si sfiorano, l’astro portentoso del compromesso sorge lontano. Il sol dell’avvenir scalda le ali all’aquila romana.

Occhio gattone lei, sorriso bianco candeggio, lui.

“Mia cara, sei radiosa” (Ma che mi tocca…)

“Ale, sei in forma smagliante” (Nella mente, in loop, l’opera omnia di Guccini)

“Senti questa storia della Pedemontana” (Prima Berlusconi, ora la Kompagna che mi chiama Ale)

“Eh, lo so, che si fa?” (Se gli scappa di darmi della zecca libero Civati dalla gabbia)

“Mia dolcissima amica, dobbiamo metterci insieme, per forza” (No! Nel senso che…diavolo l’ho già detto)

“Scriviamo qualcosa” (Tanto poi va a finire che scrivo io)

“Nota congiunta?” (Di congiunto c’è solo che siamo comaschi e parlamentari, bella)

“Ottima idea” (L’ho appena detto io, ma ci fai?)

“Allora muoviamo gli uffici stampa” (Ché, scusa, devo andare ma questa roba mi costerà almeno cinque via Crucis a Predappio)

“Benissimo, caro. E’ la cosa migliore” (Grazie Matteo R.).

L’occhio di bue si spegne. Il sortilegio è compiuto. Butti, con doppio avvitamento, occhio melò, si riavvolge nella cappa e evapora in una fiamma (tricolore). Chiara si dissolve in mille piccoli Cipputi pronti a nuove battaglie e a un paio di aperitivi sul Lungotevere, ma con il Che nel cuore.

Niente sarà più come prima.

 

 

 

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