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“Loro 1”: il tiro a Sorrentino è lo sport di questi giorni. La nostra recensione

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Il sipario è finalmente calato sulla prima parte di Loro, l’ottavo attesissimo film di Paolo Sorrentino, dedicato a Silvio Berlusconi.
Avvolto da una certa aura di mistero e segretezza, accompagnato nelle sale da una campagna promozionale minimalista, elegante, fatta di pochissime immagini e di una locandina completamente nera, su cui campeggiano solo il nome del regista e quello di Toni Servillo, Loro è in realtà, almeno in questa sua prima parte, un film molto divertente, certamente uno dei più riusciti di Sorrentino, scevro da alcuni dei vezzi, che avevano cominciato ad affliggere i suoi lavori, con sempre maggiore insistenza.

Aperto da un aforisma di Manganelli, tratto dal suo saggio su Pinocchio, che recita “Tutto documentato. Tutto arbitrario“, il film è un grande ritratto felliniano della provincia profonda, che sogna il potere e il riscatto ed è disposta a qualsiasi scorciatoia, pur di arrivarci in fretta.
E’ anche il film più accessibile di Sorrentino, quello dove il suo formalismo esibizionista si piega ad un carnevale decisamente popolare. Loro sembra un film, almeno in questa prima parte, meno ambizioso di quello che ci si poteva attendere, anche nella sua esibita linearità e dualità.

Se Loro poteva apparire un titolo moralista, capace di mettere subito una distanza ideale, tra il regista napoletano e l’oggetto della sua indagine, in realtà l’uso dei pronomi, loro, ma anche lui, rappresentano in maniera perfetta quel microcosmo del potere, che non si può nemmeno nominare, ma che è un punto d’arrivo lontano, da conquistare ad ogni costo.

Per Sorrentino come per molti italiani, il mondo di Berlusconi è un inestricabile intrecciarsi di desiderio e disgusto, che si trasformano in ossessione.

Loro si concentra su un periodo storico molto preciso e definito della lunga epopea berlusconiana, che ha attraversato gli ultimi quarant’anni del nostro paese, segnandone a fuoco la storia imprenditoriale, televisiva, sportiva, oltre che politica ed editoriale: il film comincia nel 2006, all’indomani della sconfitta di Berlusconi nella seconda sfida con Romano Prodi. Ma non comincia davvero a Villa Certosa, ad Arcore o a Palazzo Grazioli, nelle residenze del magnate, se non per un brevissimo incipit: il film racconta, in tutta la sua prima parte, il tentativo di un piccolo traffichino pugliese, Sergio Morra, di raggiungere la corte del Caimano.

Morra è figlio di un imprenditore onesto e tutto d’un pezzo. Con la sua compagna però ha messo su un giro di ragazze facili, per allietare le giornate e le serate dei potenti locali, traendone vantaggi immediati e a lungo termine.
Il suo sogno è quello di trasferirsi a Roma, entrando, con il suo giro di ragazze, nel demi-monde del Cavaliere. Ad aiutarlo è la misteriosa e bellissima Kira, una delle amanti di Silvio, arrivata dall’Albania molti anni prima e diventata per lui, come una sorta di ape regina.
La compagna di Sergio, Tamara, circuisce invece un ex ministro berlusconiano Santino Recchia, altrettanto sensibile al fascino femminile e deciso a prendere il posto del grande capo, dopo la sconfitta elettorale.

Il punto di caduta dei due universi paralleli è la Sardegna, dove Berlusconi passa le sue vacanze estive e dove Sergio affitta un’enorme villa, vicina a quella del Caimano, riempendola di giovani e disponibili bellezze.
Ma Silvio sembra distratto dalla profonda crisi matrimoniale con Veronica, che passa il suo tempo leggendo L’uomo duplicato di Saramago, sogna di andare a camminare in Cambogia e proibisce al nipotino di guardare la televisione.

Si tratta evidentemente solo del primo capitolo di un’opera più ampia, che convenzionalmente è stata divisa in due parti, per questioni di fruibilità cinematografica. Difficile quindi dare un giudizio compiuto su quello che appare solo la bella metà di un film unico.
Loro 1 sembra tutt’altro che un’opera minore, nella filmografia altalenante del regista napoletano. Certo sconta un problema di fondo, soprattutto nella prima ora, dedicata agli sforzi di Sergio e Tamara di scalare rapidamente la rampa verso il successo e i soldi facili: ovvero il film racconta un mondo in cui gli uomini e le donne usano il sesso in piena consapevolezza, come arma di conquista del potere, come strumento per scardinare barriere.

Non solo, ma lo fanno senza esservi costretti, comprendendo perfettamente i limiti e la portata di quel patto non scritto, con cui vendono se stessi e il proprio corpo: “È dura la vita se non sai fare un cazzo” dice infatti Kira a Sergio, dall’alto di un attico romano con il letto proprio sulla terrazza.

L’avidità dell’imprenditore pugliese, che organizza un giro di escort, per oliare i meccanismi del potere, è la stessa della compagna Tamara, che si offre all’ex-ministro, salvo poi ricattarlo e perseguitarlo.
Le ragazze scelte da Sergio, accettano sino in fondo le conseguenze dei suoi inviti nelle ville di lusso, della coca e delle pastiglie colorate, che regalano un’effimera e attonita felicità. Non ci sono vittime e carnefici. Meglio ancora, non ci sono agnelli in questa storia, come mostra perfettamente l’incipit.

E’ un mondo di lupi quello di Sorrentino. Perfettamente consapevoli di esserlo. Nel suo sguardo insistito su questo purgatorio di provincia fatto di coca, festini e offerte oscene c’è forse un eccesso di compiacimento? Qualche dubbio rimane.
Il film cambia poi tono radicalmente quando dalla villa di Sergio ci trasferiamo a Villa Certosa, nella grande proprietà di Berlusconi, intristito da sconfitte personali e politiche. Neppure il calcio sembra dargli le gioie di una volta. Non riescono a risollevarlo nè la moglie Veronica, sempre più estranea alla sua superficialità, nè il nipotino, che condividono con lui, con il fidato chitarrista Mariano e con Paolo, il suo assistente personale, i grandi spazi di una casa sempre vuota.

Toni Servillo, dopo una prima intelligente entrata in scena in maschera da odalisca, interpretata da par suo il Cavaliere, giocando continuamente sul desiderio di piacere, sulla brama di essere amato, che sembra attanagliare il protagonista.

C’è un evidente tono caricaturale nella sua interpretazione, un po’ come avveniva nel Divo Andreotti, ma in fondo basterebbe rivedere le immagini del vero Silvio all’uscita dalle consultazioni del Quirinale di questi giorni, per accorgersi di quanto già l’originale sia così perennemente sopra le righe, da sembrare sempre inverosimile, eppure verissimo. Il suo sorriso smagliante, le sue sbruffonerie da ricco e impunito, la sua stessa generosità, emergono prepotentemente in questa prima parte, per farne un ritratto, forse lontano dal manicheismo e dall’immagine luciferina creata dagli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo, ma più vicino alla dimensione privata e intima dell’uomo-Berlusconi.

Perchè di questo si tratta, in Loro, dell’uomo e del milionario, che dice alla moglie “Tu non eri bella. Eri sconvolgente”, non del politico e dell’imprenditore, su cui si sono addensate troppe nubi, sempre più nere, sin dai suoi esordi con l’immobiliare Edilnord.
Il ritratto di Sorrentino è circoscritto nel tempo e nello spazio, non vuole essere un pamphlet duro e spietato sugli errori e le connivenze dell’industriale, che ha segnato gli ultimi venticinque anni della storia politica del nostro paese.

Molto più semplicemente, Sorrentino vuole raccontarcene solo una piccola parte, che serve forse a ricostruire il filo sentimentale di quell’innamoramento collettivo, che il paese ha avuto per uno dei suoi figli più noti e controversi.
Loro vuole poi forse anche porgere al contempo uno specchio a noi italiani, felicemente rincoglioniti dai quiz e dalle promozioni delle sue tv, emuli superficiali di quello stesso modo sbrigativo e amorale di intendere il lavoro, la cosa pubblica, la ricchezza privata ed anche il ruolo delle donne.

La sua macchina da presa è sempre perfettamente a sproprio agio nel tripudio di colori, ombre, corpi disinvolti, musica elettronica, che contraddistingue la prima parte, assistita dal solito magistrale Luca Bigazzi, anche se c’è meno eleganza nel montaggio di Travaglioli, più salti ruvidi e cesure brusche.

Sorrentino non sembra voler giudicare, non fa mai la voce grossa, non sembra intenzionato a puntare il dito, quanto a ricostruire la complessità ed il mistero dell’uomo, un Citizen Kane moderno e chiacchieratissimo, e della sua corte, che lo desidera, lo brama, proprio in quanto accessibile, avvicinabile, anche in virtù delle sue debolezze.
E lo fa a modo suo, con quell’occhio naturale per il grottesco, per la battuta fulminante, per la sintesi visivo-musicale, per l’aforisma, questa volta però assistito da una più rigorosa scansione dei tempi narrativi, merito probabilmente di Umberto Contarello.
Molte le scene memorabili, ma certamente la passeggiata sul lungotevere delle ragazze di Sergio, che dopo l’esplosione di un camion della nettezza urbana, trasforma la monnezza di Roma, sospesa come nel finale di Zabriskie Point, nelle pasticche di MDMA che piovono dal cielo nella grande piscina sarda, è uno di quei momenti che non si dimenticano, anche perchè serve da perfetta cesura, tra la prima e la seconda parte di Loro 1.

Altrettanto indimenticabile il cameo musicale e il flashback, che chiudono il film, con una tenerezza, che lo stesso Sorrentino rivendica nelle note, che accompagnano questo suo ultimo film.
Il giudizio rimane inevitabilmente sospeso, in attesa di vedere, fra due settimane, Loro 2: ovvero la collisione tra i due mondi, che la prima parte ha descritto così precisamente.

LORO 1
REGIA: Paolo Sorrentino
ATTORI: Toni Servillo, Kasia Smutniak, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Bentivoglio, Elena Sofia Ricci
Produzione: Italia, 2018
Durata: 104 minuti

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