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Il wall di Mr Pierpaolo s’è fatto grande: “Dai muri di notte al New York Times. La street art? Si fa sui media”

Il manager che dice addio al posto fisso per vivere d’arte è già di per sé qualcosa capace di far sognare. Aggiungiamo uno pseudonimo che sa di protesta-ma-rispettosa (ovvero, si può essere dissacranti senza essere incivili), il tutto nella cornice del cronico (ingiustificato) vittimismo comasco del “qui non succede mai niente, è una città per vecchi” e l’agiografia è completa.

Finché lui, Pierpaolo Perretta in arte Mr. Savethewall, riporta tutto alla realtà con una sola frase: “Nell’immaginario collettivo gli artisti sono dei morti di fame. Io invece sono un epicureo e l’idea di vivere di stenti non mi è mai piaciuta”. Quindi niente soffitta bohémien e pranzi in cambio di quadri, ma un perfetto equilibrio tra creatività e lucidità imprenditoriale. Senza che una guasti l’altra, anzi. “Sono un artista al 51%. Per il restante 49% sono manager – dice – Prima era il contrario”.

Perché lui l’arte l’ha sempre avuta lì, a tirarlo per il bavero. Ma, all’inizio, ha deciso lucidamente di dedicarsi a strade più sicure. “Da ragazzino ho provato di tutto: dall’aerografo alla pittura a olio, dalla motosega agli scalpelli – racconta – ma mi sono iscritto a Ragioneria e poi a Giurisprudenza”. Agente immobiliare, poi un lavoro in un’agenzia pubblicitaria, infine vice direttore generale di Confartigianato.

Una carriera di successo ma anche una gabbia dorata fatta spesso di frustrazioni “finché la vocazione originaria mi ha chiamato e ho deciso di fare una scelta coraggiosa. O incosciente”. In realtà, più una scelta alla Perretta: istinto ragionato, una sorta di bipolarismo che è, poi, la chiave del suo (rapidissimo) successo.

Quando è nato Mr. Savethewall?
Un paio di anni prima dell’outing. Di notte andavo in giro per la città ad appendere le mie opere sui muri e di giorno ero in ufficio.

E poi?
Nel 2013, dopo aver ascoltato una rassegna stampa che parlava della situazione economica italiana, ho realizzato la Pietà con il tricolore tra le mani e mandato la foto a Ferruccio De Bortoli e Pierluigi Vercesi che mi hanno contattato chiedendomi di poterla pubblicare. Ho realizzato di valere ma, soprattutto, che la post Street art non si fa più sui muri ma sui media.

E hai lasciato il lavoro per dedicarti all’arte.
Ho aperto una galleria, una scelta anticonvenzionale che ha fatto storcere il naso a galleristi e artisti, ma che il New York Times ha citato come una delle 12 cose da non perdere durante una visita a Como. Ho applicato al mio lavoro artistico la visione che insegnavo agli imprenditori per essere competitivi in un nuovo mercato alle soglie della crisi: radici ben piantate qui ma rami nel mondo.

Ora le gallerie sono due.
Una tratta le opere più costose, l’altra quelle con prezzi più abbordabili.

Una perfetta operazione di marketing. E i frutti si vedono.
Ora mi segue la galleria milanese Deodato Arte (che l’ha portato all’Affordable Art Fair di Milano e Bruxelles), ho ideato e partecipato alla campagna pubblicitaria di Mondadori #condividiunlibro, una mia opera è sulla copertina del primo numero di CulturaIdentità e ho pubblicato un video-manifesto in occasione della mostra di Banksy al Mudec (in cui dichiara morta la Street art Ndr).

Ora?
Sto lavorando a molti progetti, come la creazione di un personaggio tipo Ronald Mc Donald per un noto marchio. Ma non è ancora il momento di parlarne. Non sono più uno sconosciuto ma resto con i piedi per terra. Un conto è la creazione di un’immagine, un altro è saperla gestire nel modo giusto.

E la metamorfosi da manager con l’hobby dell’arte ad artista-manager è servita.

L’articolo che avete appena letto è stato pubblicato su ComoZero settimanale, in distribuzione ogni venerdì e sabato in tutta la città: qui la mappa dei totem.

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